L’ESPOSIZIONE
L’anima inquieta del Rinascimento
La Pinacoteca di Brera ospita la prima mostra mai dedicata a Giovanni Agostino da Lodi
Nonostante la provenienza lombarda, le prime tracce di Giovanni Agostino da Lodi (1470-1519) si incontrano sull’isola di San Cristoforo della Pace, tra Venezia e Murano, verso la fine del Quattrocento. Sembra che l’esordio del pittore, estremamente sfuggente dal punto di vista documentario (di lui sappiamo pochissimo), sia una pala d’altare (ora nella chiesa di San Pietro Martire a Murano) la Madonna in trono col Bambino tra i santi Giovanni Battista, Ambrogio, Agostino e Giorgio, nota comunemente come pala dei Barcaioli poiché decorava la cappella della scola dei traghettatori che assicuravano il collegamento dell’isola con la terraferma. In cambio dell’altare della navata sinistra e di un’arca sepolcrale nel chiostro del convento, i barcaioli si impegnavano a trasportare gratuitamente gli Eremitani di San Cristoforo da e per Venezia a loro piacimento. Dopo la battaglia di Agnadello nel 1509, quando le milizie della Serenissima furono sgominate dagli eserciti della Lega di Cambrai e la terraferma invasa da carestie e pestilenze, Agostino è documentata a Milano. Qui, alla Pinacoteca di Brera, che possiede l’unico lavoro firmato “Ioh[ann]es Augustinis laudesis” (Santi Pietro e Giovanni Evangelista?), è stata da poco inaugurata una monografica – la prima in assoluto – che si snoda tra 46 dipinti di Agostino e dei contemporanei. Il percorso espositivo, allestito nelle sale napoleoniche, ricostruisce la personalità sfuggente di questo maestro lombardo, ponendo le sue opere a confronto con altre firme del tempo, Bramantino, Alvise Vivarini, Giovanni Bellini, Giorgione, Dürer, Lorenzo Lotto, Girolamo Romanino. Curata da Maria Cristina Passoni e da Cristina Quattrini, la mostra, secondo Angelo Crespi, direttore generale della Grande Brera, è «una mostra importante, una mostra di vera ricerca. […] La Pinacoteca di Brera, che possiede l’unico suo dipinto firmato, è il luogo ideale per una monografica che faccia finalmente conoscere questo autore al grande pubblico. È un dovere per un museo di Stato valorizzare il proprio patrimonio».
Scavando tra le prove documentarie, spiega Passoni, si scopre che «fu una sorta di anima inquieta: prima il pittore lavora a Milano, certamente a contatto con Bramante e Bramantino, ma è solo a Venezia che ottiene successo. Si ferma nella Serenissima poco più di una decina d’anni: lavora alla Scuola di San Luca poi, a causa di dissidi con vari pittori, lascia la città e torna a Milano. In questo suo peregrinare di certo ha incrociato il genio di Leonardo e di Dürer, di cui mutua l’attenzione per il ritratto, e anche la maniera di Giorgione, lo stile deciso di Lorenzo Lotto, la raffinatezza del Bellini. La mostra, attraverso confronti diretti, testimonia quanto Giovanni Agostino da Lodi sia stato una «spugna» della migliore arte in circolazione». Da Alvise Vivarini a Giovanni Bellini e Giorgione, attivi in laguna, da Dürer a Leonardo, fino a Bramante e Bramantino e Marco d’Oggiono, da ciascuno assorbì e rielaborò alcuni elementi per creare un linguaggio singolare ed eccentrico, fatto di matericità, brillantezza di colore, vero ponte tra Milano e Venezia, come documenta la pala di San Giacomo a Gerenzano (Varese), con la quale porta in terra lombarda la tradizionale “sacra conversazione” veneta. Oltre alle grandi tavole, in mostra si possono apprezzare straordinari disegni a matita rossa, che riflettono gli studi dei “moti dell’animo” e della vita interiore di Leonardo insieme con l’attenzione per le ricerche spaziali di Bramantino.
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