SETTIMA PUNTATA
«L’astensionismo è sintomo della malattia»
Rocco Cordì (Anpi): «La politica è marketing. Le proposte dei partiti sono una merce di consumo. Siamo al mordi e fuggi»
C’è stato un tempo in cui la politica era partecipazione collettiva. Prima del voto c’erano congressi, discussioni, riunioni di quartiere. Quell’era la ricorda bene Rocco Cordì, presidente dell’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) sezione di Varese e figura storica della sinistra varesina.
Qual è il suo legame con le elezioni?
«Le vicende elettorali sono una mia vecchia passione, fin da quando avevo meno di 21 anni e, all’epoca, non potevo ancora votare. Il mio primo incarico politico fu seguire la campagna elettorale del Partito comunista per le Regionali nel 1970. I numeri elettorali mi incuriosiscono ancora adesso perché in pochi se ne occupano, se non appena dopo i risultati delle votazioni, e invece sono un dramma nazionale».
In ottica storica, qual è l’importanza del voto?
«Io sono convinto che le elezioni devono essere considerate come un fenomeno sociale perché rilevano le tendenze economiche, culturali ed epocali. Il voto non è solo andare in cabina ogni cinque anni, ma è partecipare alla democrazia, avere contezza dei problemi dei cittadini, di cui la politica deve farsi carico. Il fatto che in molti oggi scelgano di non votare è indizio di un meccanismo che si è rotto. E i partiti dovrebbero essere i primi a interessarsene. Sarebbe compito della Repubblica rimuovere le cause che impediscono la piena partecipazione ai cittadini».
Usa il condizionale perché oggi la politica contribuisce alla disaffezione?
«Siamo di fronte a una politica contenitore, che ha perso i contenuti. Faccio un parallelismo storico: dal 1968 milioni di persone divennero protagoniste della vita pubblica con il voto, le lotte sindacali, i movimenti studenteschi. L’obiettivo dei partiti era riuscire a vedere le cause dei problemi della popolazione, prima di dare le risposte».
Quanto è cambiato questo assetto?
«Oggi la politica fa marketing: cavalca l’onda dell’argomento di tendenza e si costruisce dei nemici da bersagliare per vendersi. Questo da parte di tutte le forze politiche: c'è omologazione nel linguaggio e si fatica a distinguere i messaggi diversi. Così la campagna elettorale subisce una mutazione genetica rispetto alla politica con la P maiuscola».
Quali sono le conseguenze ai fini elettorali?
«La personalizzazione dei gruppi di potere e la spersonalizzazione dell'identità dei partiti. Mi spiego: la politica che ho conosciuto io era passione ed emozione. Oggi questi sentimenti sono scomparsi. Siamo al mordi e fuggi, e anche le proposte politiche sono una merce di consumo. Stiamo vivendo la fine della politica: chi ha in mano il potere tecnologico ed economico, che non è eletto, è più determinante dei governanti».
A cosa riconduce questo mutamento nella politica?
«A livello tecnico penso che abbiano un ruolo sostanziale le leggi elettorali, importantissime nel rafforzare o indebolire la democrazia. Prima c'erano solo sette partiti e il sistema proporzionale. Oggi con quello maggioritario ce ne sono ventiquattro, quasi indistinguibili nelle coalizioni».
Ci sono altre cause storiche?
«Direi tre a catena: la crisi economica degli anni ‘70, la frammentazione ampia e Tangentopoli. Dopo il boom economico dal 1945 al 1965, l'Italia entra in recessione per l’emergenza energetica del 1973. Poi, dal 1987 i partiti si frammentano. Per esempio, io ero segretario provinciale del Pci e alle Politiche di quell’anno avevamo notato che i radicali, gli autonomisti e i verdi avevano interrotto la lunga sequenza storica che per anni aveva dato a Dc, Pci e Psi l’80% dei consensi. Nella circoscrizione di Como-Sondrio-Varese ci eravamo accorti della comparsa della Lega, che esplose nel 1994 con la “catastrofe naturale” di Mani pulite, quando i partiti persero credibilità morale e sociale».
Infatti, da quel periodo la percentuale dell’astensionismo è aumentata. Cosa dice a chi non vota per delusione?
«Ho molto rispetto per chi si astiene, anche se non condivido questa scelta. Non votare per loro non è il rifiuto totale della politica, intesa come partecipazione alla vita pubblica. Conosco decine di giovani che sono impegnati in mille forme, a partire dal volontariato, e non votano. Questo rigetto deriva dalla delusione rispetto al modo di essere dei partiti, che non rispondono più alle domande che quotidianamente ci si pone. L'astensionismo è il sintomo, non la malattia».
E qual è la malattia?
«È la crisi della democrazia. Ossia la mancanza sul piano politico di azioni concrete che contrastino gli effetti prodotti dai disastri nel mondo: la paura della guerra, la precarietà lavorativa, le difficoltà quotidiane. Le angosce che non trovano più una corrispondenza nella politica».
La politica può essere la medicina?
«Dovrebbe. Il sintomo dice che dietro al “voto di astensione”, c'è questa grave malattia, il fatto che l’avente diritto non si veda più rappresentato. Il problema è che spesso i politici si disinteressano di chi non vota. Però, non si può dire che si rappresenta tutto il Paese con 12 milioni di voti in una coalizione, perché la maggior parte degli aventi diritto purtroppo, resta a casa. L’Anpi nazionale esprime da tempo ormai forte preoccupazione, in particolare sulla credibilità delle istituzioni democratiche. Il rischio di autoritarismo e di verticismo c’è».
Esiste, dunque, un antidoto al rischio che gli esecutivi si spingano oltre?
«L'equilibrio tra poteri che i nostri costituenti hanno studiato dopo 20 anni di fascismo è perfetto. Purtroppo oggi non vedo consapevolezza sulla gravità della situazione. Le parole sono state svuotate di senso. Libertà, partiti, sindacati sono termini che vengono interpretati a piacimento o ridicolizzati. Bisogna riscoprirne il significato profondo, vedendo quali sono i problemi reali e capendo come affrontarli».
Sul territorio ci sono spiragli positivi in questo senso?
«Sicuramente è un problema che come corpi intermedi stiamo cercando di affrontare anche qui a Varese. Ci sono molti gruppi di volontari che agiscono separatamente, non solo in politica, e stiamo cercando di mettere in collaborazione le varie realtà. Ripartire da iniziative collettive può far uscire dalla logica di chiusura in se stessi, che porta a essere prigionieri del proprio spazio. Così può ripartire il legame con la vita pubblica. In queste attività le persone ritrovano un senso, una motivazione emozionale forte, che nel voto hanno perso, e reagiscono. Temo, invece, che la politica dei partiti sia in ritardo nella comprensione di queste dinamiche drammatiche».
La settima puntata dell’inchiesta “Voto Perduto” sulla Prealpina di sabato 21 febbraio in edicola e disponibile anche in edizione digitale.
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