DELITTO MACCHI
No al cambio di Corte: domani sentenza
Bocciata la ricusazione chiesta dai parenti di Lidia, continua il processo a Binda
La quinta sezione della Corte d’Appello di Milano ha dichiarato inammissibile l’istanza di ricusazione dei giudici (togati e popolari) della prima Corte d’Assise d’Appello presentata dal legale della famiglia Macchi al termine dell’udienza del 18 luglio scorso.
Ciò significa che il processo d’appello a carico di Stefano Binda (una condanna all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi disposta nell’aprile di un anno fa da parte della Corte d’Assise di Varese), potrà svolgersi regolarmente domattina. E, se la tempistica dei giudici d’appello fosse rispettata, si potrebbe giungere a sentenza anche a fine giornata.
Dalle sei paginette dell’ordinanza che porta la firma del giudice relatore Monica Fagnoni, depositate ieri in mattinata, si evince che i motivi di doglianza addotti e denunciati dall’avvocato Daniele Pizzi a sostegno della ricusazione sono stati giudicati infondati dalla sezione della Corte d’Appello di Milano preposta per valutare nel merito questo tipo di problematiche. In altre parole, è stata negata la ricusazione perché, secondo la quinta sezione della Corte d’Appello, la Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Ivana Caputo (a latere Franca Anelli), nell’esercizio delle sue funzioni, e cioè nel corso delle due udienze d’appello che si sono tenute nell’aula magna del capoluogo lombardo nelle ultime due settimane, non avrebbe in nessun modo manifestato un’indebita anticipazione del proprio convincimento sui fatti oggetto dell’imputazione. A quel che è dato sapere, per giungere al verdetto di inammissibilità dell’istanza del patrono civile, la quinta sezione della Corte d’Appello ha analizzato tutti i verbali d’udienza e le fonoregistrazioni di quanto accaduto in aula, ritenendo invece superfluo di “sentire” in audizione le parti civili ricorrenti, vale a dire la mamma e i due fratelli della ragazza uccisa la sera del 5 gennaio del 1987 al Sass Pinin di Cittiglio.
Dietro la richiesta di ricusazione, tutta una serie di decisioni della Corte d’Assise rimaste indigeste ai familiari della vittima. Quali? Per esempio, quella di aver concesso al legale bresciano Piergiorgio Vittorini di testimoniare “de relato” sulla paternità che un misterioso cliente (del quale non ha voluto rivelato l’identità), si sarebbe assunto della poesia anonima “In morte di un’amica”, la prova principe alla base della condanna all’ergastolo inflitto al 51enne di Brebbia, in carcere cautelare da metà gennaio 2016. E ancora: di aver espunto dalle prove utilizzabili tre testi; di aver negato la perizia psichiatrica dell’imputato; di non avere ancora sciolto la riserva sulle due perizie grafologiche e merceologiche sulla lettera anonima ricevuta il giorno dei funerali dalla famiglia Macchi (richieste peraltro entrambe proposte nei motivi di impugnazione dalla difesa); e di aver fissato l’udienza finale a meno di 13 giorni dall’inizio del processo d’appello.
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