OTTAVA PUNTATA
«Non voto da trent’anni. Serve la scienza»
Il venegonese Maurizio Medaglia: «Servono i magistrati dell’ambiente che gestiscano le emergenze con criteri scientifici»
Un altro varesino che non vota. Dopo l’intervista a Guido Martinoli, antidemocratico di Bedero Valcuvia che si astiene da cinquant’anni, è la volta di Maurizio Medaglia, 62enne di Venegono Superiore. Cosa l’ha portato a scegliere l’astensionismo? Il suo sguardo tutto orientato all’ambiente, grazie alla sua formazione scientifica. Naturalista ed ecologo, una vita dedicata al riciclo delle materie plastiche, presenta una visione della realtà che parte dai dati scientifici e passa per l’astensionismo, arrivando a proposte operative.
Un breve quadro del suo rapporto con il voto: quando è andato alle urne l’ultima volta? E perché ha smesso?
«Ho iniziato a votare con passione fin dai 18 anni, perché ero ancora convinto che la politica potesse risolvere alcuni problemi. Nel tempo mi sono dovuto, ahimè, ricredere. Non voto dalle Politiche del 1994, dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi, quando la democrazia è diventata oligarchia. Non partecipo più nemmeno ai referendum da quando ci fu quello del 2011 sulla gestione delle acque. L’acqua è un bene vitale che dovrebbe rimanere pubblico, e che, invece, è stato affidato ai privati o alle partecipate. Questo è un aspetto su cui non transigo, così come su tutte le questioni ambientali».
E per quanto riguarda il voto locale?
«Mi astengo anche alle Comunali dal 1992, quando nel mio paese si è verificata un'alluvione disastrosa dovuta alla malagestione del territorio. Lo stesso discorso vale per Provinciali e Regionali. Altri esempi di cattiva amministrazione ambientale anche nel nostro territorio non mancano. Forse quello più visibile è l’inquinamento del lago di Varese, che dal punto di vista biologico è moribondo. È stato ucciso dagli scarichi fognari e industriali. Oppure penso all'ex strada statale 233. La Varesina è ormai un’infilata di centri della grande distribuzione. A concedere questi spazi è stata la politica, senza pensare ai campi: il suolo non assorbe più acqua e questo è un disastro idrogeologico».
Si potrebbe dire che il suo astensionismo è motivato dalla disattenzione della politica per l’ambiente?
«Le mie motivazioni sono legate alla gestione dei problemi, soprattutto di quelli inerenti l'ambiente. Prendendo un treno da Milano a Varese non ci sono più città, periferie, paesi e borghi, ma si trova un’unica conurbazione. Questo agglomerato non è più gestibile da nessuna politica, perché la polis, la città, non esiste più. È amministrabile solo con criteri Stem-based, scientifici e tecnici».
Quindi cosa ne pensa della politica e dei politici di oggi?
«Vedo nero. Come ho detto prima, sono ormai trent’anni che il potere è nelle mani di pochi. Con una crasi si potrebbe parlare di un’anomala “demoligarchia” che non rappresenta chi si astiene con i suoi buoni motivi. Chi governa esprime le scelte di una minoranza degli aventi diritto, che alla legge elettorale basta purché sia la maggioranza di chi vota. Così, la politica è diventata autoreferenziale, politicante: risolve i suoi problemi, non quelli degli abitanti umani della Terra. Non solo manca la volontà, ma c’è un’incapacità oggettiva, anche quando la politica viene espressa dai migliori, di gestire le problematiche ambientali. La politica non può essere il tramite di un’amministrazione ecologica dell'esistente».
Dunque, cosa potrebbe esserlo?
«Anche se uno si astiene e non contribuisce alle scelte della politica, il sistema italiano non è trascurabile. Ci sono due strade. La prima, radicale, implicherebbe una modifica della Costituzione che introduca il potere ambientale, indipendente dagli altri, come attualmente lo è la magistratura, e affidato ai magistrati dell'ambiente, gli scienziati. I problemi che potrebbero amministrare partono dalle frane e arrivano alle polveri sottili, passando per i fenomeni migratori e l’overtourism. Tutto si può gestire se visto in quest’ottica. Però, mi rendo conto che, con questa politica politicante, proporre una cosa del genere è quasi una distopia».
Quale sarebbe dunque la seconda strada?
«Quella immediatamente gestibile anche da questa politica. L'abbiamo sperimentata con la pandemia. Come si è fatto in quell’emergenza, si faccia tutti i giorni con i problemi ambientali. Semplificando le attuali pratiche burocratiche, il presidente del Consiglio dei ministri, consultandosi con gli scienziati, emani dei decreti firmati anche dal presidente della Repubblica. La decretazione ha contribuito a mitigare gli effetti della pandemia, perché non dovrebbe riuscire a farlo anche per le questioni ambientali? Sarebbe una pezza che non è peggio del buco».
Quindi dei decreti in collaborazione tra la politica e la scienza…
«Assolutamente sì. Il metodo scientifico garantisce la mancanza di qualsiasi archia perché è acratico. È improprio parlare di scienze politiche. La politica non è una scienza, è una pratica che non si fonda sulla conoscenza scientifica».
Secondo lei qual è l’urgenza di questo cambiamento dal punto di vista ambientale?
«Siamo già nella situazione in cui stiamo cercando di mitigarne e contenerne gli effetti. Per usare una metafora medica, è come se un oncologo prescrivesse l'aspirina contro un'infiammazione tumorale. Stiamo trattando i sintomi, ma non le cause. E purtroppo i processi sono accelerati».
L’astensionismo può contribuire a dare spazio alla sua proposta?
«L'astensione dovrebbe servire. Quella motivata stimola il dibattito e la presa di coscienza su questa necessità. È l'unica speranza che mi rimane. Io perseguo un'astensione stimolatoria, non provocatoria. Non voto sperando che a questo possa seguire una reazione positiva in termini di riforme. Sono un riformante che non ha l'opportunità di essere un riformatore. Tutti i naturalisti che ci sono nel mondo la pensano così. Anche il loro obiettivo è la collaborazione tra scienza e politica. È difficile che ci si esponga, ma se si ha avuto una formazione da scienziato ambientale si arriva con un ragionamento abbastanza semplice alle mie stesse proposte».
La scienza dovrebbe sostituire la politica?
«Sarebbe eutopia (un’utopia positiva, ndr). La scienza non genera distopie. È l'uso della scienza che può farlo, e l'uso è sempre politico. Si vedano le bombe atomiche e i loro devastanti effetti. La scienza per metodo non punta al potere. Certo, saprebbe gestire i problemi ambientali ma deve affiancare la politica, l'unica forma che abbiamo per poter governare. Quindi, la risposta è no, non deve. La scienza deve diventare un riferimento fondamentale per la gestione dei problemi vitali di tutte le persone».
L‘ottava puntata dell’inchiesta “Voto Perduto” sulla Prealpina di sabato 28 febbraio in edicola e disponibile anche in edizione digitale.
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