LE OPINIONI
Farsi vedere da uno bravo
L’intelligenza artificiale prende il posto dell’analista? No, i dati non sono emozioni
«La uso anch’io, ma non prendo come oro colato tutto ciò che mi fornisce». Il ministro Giancarlo Giorgetti ha delineato così il suo rapporto con l’intelligenza artificiale. Ne ha parlato a Varese nell’ambito di un incontro sul futuro delle professioni. La domanda di partenza: l’IA mette a rischio i mestieri a trazione intellettuale? E qui, aggiungiamo qualche riflessione derivante da una nuova, sorprendente e per certi versi inquietante frontiera di applicazione dell’intelligenza artificiale: il gemello che funge da analista, psicologo, forse anche un pizzico psichiatra. In pochi minuti, questo “strizzacervelli” virtuale otterrebbe i risultati di due, tre anni di sedute. Miracoloso. Come ti vede e legge dentro l’IA non c’è nessuno in carne e ossa. Dubitare è un esercizio di buon senso, di buona salute mentale. Sì perché l’IA elabora dati ma non tiene per mano, non coglie ancora i tratti della voce e le espressioni del viso che manifestano il disagio. Sul lettino è un conto, sulla sedia davanti a un monitor è altra cosa. L’IA è straordinaria, coglierne le potenzialità è un dovere. Ma immaginarla alla Freud risulta ancora un tantino difficile. Nell’era del disagio – così vengono definiti i nostri tempi – farsi vedere da uno bravo non si riferisce all’IA.
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