LA SENTENZA
Due ergastoli per l’omicidio di Cristina Mazzotti
Dopo cinquant’anni dal sequestro della 18enne, tenuta prigioniera a Castelletto Ticino, la corte di Assise di Como ha condannato gli ultrasettantenni Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella
Il sequestro di Cristina Mazzotti trova la parola “fine” dopo cinquant’anni. Nel pomeriggio di oggi, mercoledì 4 febbraio, la corte d’Assise del tribunale di Como ha condannato all’ergastolo due degli ultimi tre imputati per l’omicidio della 18enne, avvenuto nel 1975. Il 74enne Giuseppe Calabrò detto “Dutturicchio”, reggino di San Luca residente a Bovalino, e il 71enne Demetrio Latella detto “Luciano”, reggino residente nel Novarese, sono stati condannati alla reclusione a vita per concorso in omicidio aggravato. Entrambi, invece, sono stati assolti dal reato di concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione, in quanto il reato è estinto per prescrizione. Calabrò e Latella dovranno anche risarcire 600mila euro di provvisionale ai fratelli di Cristina, Vittorio e Marina. Il pubblico ministero Cecilia Vassena della Direzione distrettuale antimafia di Milano aveva chiesto la pena massima anche per un terzo imputato, Antonio Talia, 73enne di Africo, che è stato, invece, assolto per non aver commesso il fatto. Presenti in aula i rappresentanti degli studenti del liceo classico Carducci di Milano, l’istituto in cui studiava Cristina quando fu rapita.
SULLE TRACCE DI LATELLA E CALABRÒ
La sera del 30 giugno 1975 Cristina Mazzotti fu rapita a Eupilio, in provincia di Como. Dopo due mesi dall’inizio della sua prigionia, il cadavere della 18enne fu trovato il primo settembre in una discarica di Galliate, nel Novarese. Sull’auto dove era stata trasportata la giovane furono rinvenute le impronte digitali di un uomo. Solo nel 2006 la polizia scientifica di Roma fu in grado di risalire a Demetrio Latella, che vista la corrispondenza del dna confessò di aver preso parte al rapimento. L’uomo, membro del clan milanese di Angelo Epaminonda, fece i nomi degli altri due imputati e di Giuseppe Morabito, boss dell’omonimo clan, residente a Tradate e morto nel novembre 2024.
I LEGAMI CON IL VARESOTTO
La ragazza fu la prima donna rapita dalla ‘ndrangheta in Italia. Il caso di Cristina sconquassò non solo le cronache nazionali, ma anche quelle varesine. La 18enne venne tenuta prigioniera in un cascinale a Castelletto Ticino e venne ritrovata morta nella discarica di Galliate. La banda non aveva agito solo nel Novarese: i telefonisti utilizzavano le cabine di piazza Monte Grappa a Varese per le negoziazioni sul riscatto e alcuni membri avevano avuto legami con il clan Zagari. Le forze dell’ordine furono in grado di arrestare dieci membri della banda, processati in corte d’Assise a Novara dal novembre 1976. Dei dieci ergastoli richiesti dal pm Corrado Canfora, la sentenza ne confermò otto, poi scesi a quattro in Appello.
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