IN TRIBUNALE
«Presa a schiaffi se guardavo altri ragazzi»
Ventiquattrenne accusato di maltrattamenti sulla ex convivente
«Non me ne frega niente dei carabinieri, se volessi ammazzarti lo potrei fare tranquillamente... Ti taglierei a pezzi e ti metterei in tanti sacchi per poi buttarti nel bosco, nessuno ti potrebbe trovare». È una delle numerose minacce che un ragazzo di 24 anni avrebbe rivolto alla sua ormai ex compagna e convivente, classe 2006, che ha trovato la forza di rivolgersi a un centro antiviolenza e di denunciarlo. E così il giovane è adesso sotto processo in Tribunale per maltrattamenti in famiglia. Accusa che però lui respinge.
«Un regime di controllo»
«Minacce, aggressioni verbali e fisiche» che - stando al capo d’imputazione - avvenero nell’arco di due mesi e mezzo, tra aprile e giugno 2024, quando la coppia viveva in un paese dell’Alto Varesotto. Una convivenza iniziata quando lei era appena diventata maggiorenne e caratterizzata da «un regime di controllo» della ragazza da parte dell’imputato, descritto come molto geloso e possessivo. Al punto da impedirle di proseguire gli studi e frequentare i famigliari. Gelosia che sarebbe sfociata nella violenza, con schiaffi e insulti, quando la giovane donna «rivolgeva degli sguardi a ragazzi che notava per strada».
«Vedi di fare la brava, altrimenti...»
Nel processo davanti al giudice Stefania Brusa, la ragazza (costituitasi parte civile con l’avvocato verbanese Alberto Beer) ha raccontato la propria versione dei fatti, nascosta dietro un paravento per non vedere quell’uomo del quale era innamorata a tal punto da non riuscire ad andarsene neppure dopo la fine della relazione. E quando lei lo informò della volontà di lasciarlo, lui - è ancora l’accusa - prese un coltello e glielo appoggiò sulla pancia, per mostrarle quanto quella lama fosse lunga, più lunga dello spessore della sua pancia. Minaccia ribadita con il fucile con cui lui un giorno tornò a casa: «Stai attenta, vedi di fare la brava - le avrebbe detto - altrimenti ho un buon motivo per usarlo». Mentre in un’altra occasione, sempre impugnando un’arma da fuoco, le avrebbe chiesto «con tono provocatorio “Se ammazzo una ragazza e me la scopo, è la stessa cosa di fare sesso con una viva?”».
«È una bugiarda patologica»
Tutto falso, invece, secondo l’imputato, il quale (difeso dall’avvocato Pietro Cetrangolo) nega di aver pronunciato le frasi incriminate, parlando di una relazione effettivamente complicata e burrascosa, fatta però di insulti e attacchi reciproci. Una tesi che punta a dimostrare la scarsa attendibilità della ragazza, che sarebbe stata definita dagli zii una «bugiarda patologica». Il dibattimento continuerà alla metà di gennaio con l’esame di altri testimoni di accusa e difesa.
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