LE OPINIONI
Social network sotto processo
Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat e YouTube sono accusate di aver progettato i propri servizi per creare dipendenza tra i minori
Il mondo dei social network ha perso definitivamente l’aria da festa per adolescenti e startup ribelli. Il clima è cambiato: meno filtri colorati, più aule di tribunale. E per le grandi piattaforme, abituate a crescere senza troppe domande, è iniziata la stagione dei conti da pagare. Negli Stati Uniti si è aperto un processo definito da molti “storico”, in cui da Meta a TikTok, passando per Snapchat e YouTube, sono accusate di aver progettato i propri servizi per creare dipendenza, soprattutto tra i minori. Non più semplici strumenti di comunicazione, ma ambienti digitali costruiti per trattenere gli utenti il più a lungo possibile, con logiche che ricordano più un casinò che una piazza pubblica. Il cuore dell’accusa è l’algoritmo: quella scatola nera che decide cosa vediamo e cosa no. Secondo i legali, sarebbe programmato per premiare contenuti emotivi, controversi o estremi, perché generano più interazioni. Tradotto: più tempo passato a scorrere lo schermo, più dati raccolti, più pubblicità venduta. Un modello di business che funziona benissimo, ma che ora finisce sotto la lente dei giudici. Il punto non è solo economico, ma culturale. I social sono nati come strumenti di connessione tra persone; oggi, per molti ragazzi, sono il principale spazio di socializzazione. Il problema è che quel “luogo” è gestito da aziende private, guidate da logiche commerciali e non da regole educative.
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