LA SECONDA PUNTATA
Mi turo il naso e voto per me stesso
L’astensionismo non è un problema per il sistema politico, ma il sintomo di un disagio. Alla fine resta spazio solo ai prepotenti
Il risultato è stupefacente: il 75% ha votato scheda bianca. Il governo è sconcertato, ma forse è colpa dell’acquazzone durato tutta la mattina. Così, le elezioni vengono ripetute: questa volta le “bianche” raggiungono addirittura un catastrofico 83%. Si pensa a una cospirazione, il Palazzo della politica è sconvolto: «Votare scheda bianca è una manifestazione di cecità», dice sconsolato il Ministro degli Interni. «Oppure di lucidità», ribatte quello della Giustizia. Su questa domanda – se la maggioranza si astiene, cosa faranno i politici? – si basa il Saggio sulla Lucidità di José Saramago, pubblicato nel 2004.
USCITA DALL’ARENA
Il romanzo del premio Nobel è apocalittico ma, speriamo, non profetico: le sorti di una democrazia si possono ribaltare dal mattino alla sera. In effetti, negli ultimi vent’anni l’affluenza alle urne è crollata e «i cittadini si stanno dirigendo verso l’uscita dell’arena politica nazionale», ha annotato anche Peter Meir. Non senza ragione: si è rotto qualcosa tra l’opinione pubblica e i partiti, se alle Regionali non si arriva al 50% e alle Politiche si è passati dall’80% del 2008 al 63% del 2022. In tredici anni si sono persi il 17% degli elettori, il 9% solo negli ultimi quattro.
DELEGITTIMAZIONE DELLA POLITICA
Soprattutto, nel 2022 si è sfondata una soglia psicologica forse decisiva: l’astensionismo è al 36,6%, ma se consideriamo tutti gli italiani – anche i minorenni, ad esempio, o gli anziani impossibilitati – l’insieme dei partiti è stato votato solo dal 49,3% dei cittadini. In altri termini, meno della metà della popolazione è rappresentata dal Parlamento. Un problema, perché il voto è la sostanza e l’indice della salute della democrazia. Una astensione “fisiologica” è sempre esistita, ma in queste dimensioni “delegittima” l’intero sistema politico.
LA FERITA APERTA
Certo, sembrano tutti affranti per questi numeri: «Ogni cittadino che decide di non partecipare è una sconfitta per la politica», dice Giorgia Meloni, mentre per Elly Schlein «l’astensionismo è una ferita aperta per la nostra democrazia». Sarà, ma in realtà l’astensione sta crescendo nell’indifferenza del dibattito pubblico e della stessa classe dirigente. Eppure, la storia della Repubblica è stata ben diversa: fino al 1979 l’affluenza fu sempre superiore al 90% e negli anni Ottanta tra l’88 e l’89. Poi il calo ha iniziato a manifestarsi, fino alla valanga di oggi.
GLI ELETTORI “SENZATETTO”
Cosa è successo, quindi? Secondo alcuni, una volta era più facile: durante la Guerra Fredda, in età “ideologica”, la Dc e il Pci rappresentavano un mondo, un sistema di valori riconoscibile, un riferimento concreto e anche simbolico. Inoltre quelle generazioni si ricordavano il fascismo e cosa volesse dire non avere il diritto di scelta su chi dovesse guidare il Paese. Di conseguenza si votava per “appartenenza” alla propria classe sociale: in politica si ragionava come si era socialmente. Ma, caduto il Muro di Berlino, i cittadini sono diventati politicamente dei “senzatetto”: è tutto “fluido”, non ci sono più il “proletariato” e la “borghesia”, il declino dei partiti riflette il declino della società.
IL VOTO DI OPINIONE
Così, è cresciuto il voto di “opinione”: come si cambia il telefonino, si sceglie la novità. Oppure, i cittadini votano reagendo a inclinazioni vaghe, agli appelli alla “pancia” se non al risentimento. Certo, da Tangentopoli in poi la classe politica ci ha messo del suo, tra scandali continui, mancanza di etica pubblica, imbarazzante debolezza culturale e un linguaggio inadeguato, volgare, basato su squallidi slogan. Del resto, la disaffezione è dovuta anche all’orgia di demagogia e populismo, alle violente e volgari polemiche “antipolitica e anticasta” degli ultimi vent’anni. Che adesso, per un inesorabile contrappasso, si ritorcono contro la stessa classe politica che su quei temi ha pensato di lucrare. In altri termini, se si incita al disprezzo per la politica, poi appare singolare stupirsi se i cittadini rimangono a casa.
LA VENDETTA POPOLARE
Comunque sia, secondo Ipsos 7 italiani su 10 non si sentono rappresentati dalla classe politica e 2/3 ritengono che il proprio voto non incida realmente sulle decisioni politiche. Così, indica l’Istat, solo il 40% ha fiducia nel Parlamento, e nei partiti addirittura solo il 22,4: peggio non si potrebbe. L’astensione appare allora anche come una vendetta popolare: i cittadini – disillusi, arrabbiati e frustrati – ripagano la politica non votando, «tanto sono tutti uguali». Nondimeno, il fantomatico “partito degli astenuti” non esiste: non la pensano tutti allo stesso modo, non sono compatti, non hanno gli stessi interessi. Alcuni sono iper-politicizzati delusi dall’offerta altri, distanti dalla politica, la disprezzano o non la capiscono.
TUTTI GLI STRATI SOCIALI
E allora: chi sono gli astenuti? A lungo si è sostenuto fossero le persone poco istruite, disoccupate o con un reddito basso, un lavoro poco qualificato, residenti nelle periferie. No, non basta: ormai l’astensionismo è “praticato” anche dal ceto medio, giovani e persone di mezza età, tendenzialmente “moderate” e scolarizzate. Insomma, il fenomeno investe tutti gli strati sociali, le età, le aree del Paese, e per reagire si dovrebbero innanzitutto applicare novità per favorire la partecipazione, dal voto elettronico a quello per posta, come negli Stati Uniti e in Svizzera.
LE SOLUZIONI TECNICHE
Ma nemmeno le soluzioni “tecniche” risolverebbero il problema di fondo: la politica oggi non è più sentita come un elemento determinante nella costruzione della propria identità e personalità. E l’astensionismo non è tanto un “problema” per il sistema politico, ma il “sintomo” di un disagio più profondo. Non è più solo una forma di protesta, ma anche la manifestazione di una diffusa apatia, di un disinteresse generale verso il bene pubblico. Tanto – si dice – la politica non serve più: comandano l’economia, la finanza, i “poteri forti”, come la crisi delle banche del 2008 ha dimostrato. Posizioni discutibili, certo, ma alla fine l’astensionismo rappresenta il vero fallimento delle forze politiche: l’incapacità di offrire una visione del futuro e un’idea dell’Italia.
SOLO I FEDELISSIMI
Il nervo è scoperto perché affrontare le ragioni del non-voto, per la classe politica, significherebbe ragionare sulla capacità di sintonizzarsi con i cittadini, con i loro interessi e le loro passioni. E ammettere di essere a dir poco inadeguata. Questo è il vero rischio per la democrazia: a breve voteranno solo i fedelissimi, una ristretta minoranza che non sarà rappresentativa di niente e di nessuno. Perché alla fine il “non-voto” lascia solo spazio ai prepotenti. Meglio allora perlomeno seguire il consiglio di un disincantato personaggio di una vignetta di Altan: «Stavolta mi turo il naso e voto per me stesso».
La seconda puntata dell’inchiesta “Voto perduto” sulla Prealpina di sabato 17 gennaio in edicola e disponibile anche in edizione digitale
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