QUINTA PUNTATA
Quello di oggi è astensionismo d’apatia
Il docente e consulente Ipsos Paolo Natale: elettori disinteressati
«Per far tornare gli italiani a votare ci vorrebbe un messia», dice Paolo Natale. La sua visione sull’astensionismo segue due binari: da una parte quello matematico, perché come consulente Ipsos studia dati e sondaggi elettorali, dall’altra quello umano e istintivo, dettato dalle impressioni che ha dai giovani studenti di Sociologia politica all'Università Statale di Milano.
Cosa ci dicono i dati sull’astensionismo in Italia?
«I numeri sono complessi e molto diversificati a seconda del tipo di elezione. Parlando delle Politiche, i dati ci dicono che dall’inizio della Repubblica a oggi c'è stato un calo del 30% del livello di partecipazione elettorale. Dopo la seconda guerra mondiale l’affluenza era sopra il 95%. Alle ultime elezioni sono andati alle urne i due terzi della popolazione. Significa che nel giro di nemmeno ottant’anni abbiamo perso un terzo di votanti, il che è preoccupante».
Cos’è successo alle altre tornate elettorali?
«Le altre elezioni hanno visto da sempre un livello di partecipazione piuttosto basso, che continua a diminuire sempre di più. Alle ultime Europee del giugno 2024 ha votato meno della metà della popolazione: è la prima volta che capita in Italia. Invece, per le Regionali e le Comunali, ormai siamo abituati a un’affluenza abbondantemente sotto il 50%. L'anno scorso nelle sei regioni dove si è votato è sempre stata tra il 43 e il 46%».
Quindi si vota meno se si conoscono meglio i candidati?
«Direi di sì, si è di fronte a un paradosso: le elezioni più vicine, che toccano esigenze territoriali concrete, registrano tassi di affluenza sempre minori rispetto alle Politiche. Un luogo comune che si sente dire è che “la gente non vota perché non conosce i politici che stanno a Roma”, invece spesso non si votano neanche i candidati che stanno sotto casa».
I dati che lei riporta sono frutto dei risultati elettorali. Invece, le previsioni fatte nei sondaggi possono contribuire all'astensionismo o a indirizzare i voti?
«Sì, ci sono vari fenomeni. Il primo accade quando i sondaggi dicono che i giochi sono già fatti. Se c’è un candidato molto favorito, può succedere che chi avrebbe votato altri si trova sfiduciato e decide di stare a casa. I referendum sono il palcoscenico di questa disaffezione, quando tutti danno per scontato che il quorum non verrà raggiunto. Poi ci sono due effetti che possono verificarsi anche in ambito elettorale. Uno è il bandwagon effect: si sale sul carro del vincitore votando il candidato favorito, per essere tra la maggioranza della popolazione. L'effetto contrario è quello di underdog: se c’è un candidato sfavorito può darsi che la gente si mobiliti per tentare di farlo vincere. Per evitare che questi fenomeni inficino la democrazia, in Italia abbiamo una legge per cui i sondaggi non possono essere pubblicati negli ultimi 15 giorni antecedenti al voto».
Consci di questi “bias” (condizionamenti, ndr), cosa cercano di capire le indagini elettorali e quanto sono cambiate nel tempo?
«Una volta queste indagini si facevano per capire le motivazioni di voto, la domanda di partenza era: “Perché si vota per un candidato piuttosto che per l'altro?”. Adesso la prospettiva è molto diversa: si cerca di capire perché la gente va a votare, o perché non va a votare. Queste motivazioni nel tempo si sono diversificate».
Qual è stata l’evoluzione delle motivazioni del non voto?
«Se vogliamo fare una breve storia dall’inizio della Repubblica, ci sono quattro fasi. All'inizio non si andava a votare principalmente per marginalità sociale. Nel secondo periodo, intorno agli anni ‘80, non si votava perché, finito il binomio delle subculture socialcomunista e cattolica, la gente non si sentiva più rappresentata. Quello era un non voto di smobilitazione, favorito anche dalla grande migrazione interna. Chi dal Sud veniva al Nord si staccava dal suo ambiente e perdeva anche i punti di riferimento elettorali. Però, anche in quel caso i numeri non erano disastrosi, l’affluenza viaggiava attorno all’85%. La terza fase è stata quella delle proteste contro i partiti della cosiddetta casta, riassumibile nella frase fatta del “tanto sono tutti uguali”».
E ora cosa è cambiato per far ulteriormente precipitare la partecipazione elettorale?
«Quello di oggi è un astensionismo per apatia nei confronti della politica. E questo è il vero problema guardando al futuro. Finché la motivazione era una protesta, parte dell’elettorato era passivo perché non votava, ma attivo nella contestazione. Oggi c’è solo disinteresse. Molti pensano che ormai la politica non incida sulla vita di tutti i giorni. E questa indifferenza tocca soprattutto i giovani».
Qual è il ruolo dei giovani in questa crisi?
«Quello che sento io stesso come professore in università: “Perché devo andare a votare se le cose non cambiano?”. Nonostante molti giovani si mobilitino, come quelli delle piazze ambientaliste, pensano che la politica non riesca a risolvere i problemi che stanno loro a cuore. C’è anche da dire che le forze politiche che si presentano non hanno mai come parole d'ordine programmi per loro, per esempio l’occupazione giovanile. Questo nonostante i giovani siano istruiti: aumenta il livello di scolarizzazione e così quello di disattivazione nei confronti della vita pubblica. Vedono la politica “con la P minuscola”, ovvero solo come rapporto tra i vari partiti, quindi il loro obiettivo principale è laurearsi e andarsene dall'Italia».
Se gli stessi giovani non vanno a votare, quali sono le prospettive future per la democrazia italiana?
«Dunque, io sono un po' scettico, perché l’astensionismo è un trend che sembra inarrestabile, proprio tra i giovani fino ai 35 anni, che sono quelli che vanno meno a votare. Siamo di fronte a una democrazia passiva: non c'è quasi più la maggioranza della popolazione che vota. Segnali di speranza arrivano dai paesi esteri dove ci si attiva in caso di “emergenze”. Per esempio la Francia che si è opposta a Marine Le Pen o la Germania contro AfD».
In Italia si può sperare in una risposta simile?
«Non sono del tutto convinto. Un aiuto potrebbe arrivare da una politica molto più legata al territorio, che soddisfi problemi concreti con sguardi di ampio respiro. Se penso all’Insubria, il gancio che aveva avuto la prima Lega era stato l’unione tra autodeterminazione locale e federalismo, che aveva avvicinato i votanti. Contro questa proposta rema il fatto che i giovani che vanno attirati sono sempre più internazionali, e spesso se ne vanno all’estero. Insomma, ci vorrebbe davvero una grande rivoluzione culturale guidata da un messia per far affascinare i giovani».
La quinta puntata dell’inchiesta “Voto perduto” sulla Prealpina di sabato 7 febbraio in edicola e disponibile anche in edizione digitale
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