INCHIESTA A PUNTATE
Perde la politica, vince l’astensione
La prima puntata del viaggio nella democrazia che traballa. A decidere sulle sorti di chi governa è una stretta minoranza che si assottiglia sempre di più
Quando facevamo noi la scuola c’era una materia che si chiamava Educazione civica. Non so se esista ancora o se venga proposta sotto altra forma e altro nome. Fatto sta che in quell’ora di lezione alla settimana ci facevano una testa grossa come un pallone sulla necessità di andare a votare. Perché – ci dicevano – se l’Italia è una democrazia, tutti devono partecipare. Si tratta di eleggere i nostri rappresentanti. La cosa aveva una certa aura solenne. Un dovere, quindi, ma anche un diritto conquistato con fatica dai nostri predecessori. Perché sprecarlo?
«TANTO SONO TUTTI UGUALI»
Siamo cresciuti con questa mentalità ed ora è difficile sradicarla. Ci crediamo anche se ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto che quelle parole ora sono sbiadite, bollite, sempre più fiacche. Facciamo pure fatica a sostenere le nostre argomentazioni. Fino a qualche anno fa eravamo convinti con fierezza che il voto (qualunque esso fosse, pure la scheda bianca) era da difendere con le unghie e con i denti, contro il populismo e la demagogia di chi sostiene che «tanto sono tutti uguali». Facevamo presente ai delusi, disillusi e scettici che, non andando alle urne, finivano per snaturare il meccanismo stesso su cui si basa la democrazia, determinando un progressivo peggioramento pure della rappresentanza civica e contribuendo al progressivo degrado della classe politica che dovrebbe portare in aula le nostre legittime istanze. Ora siamo arrivati proprio a questo punto. Il guaio è che pure noi ci siamo quasi persuasi che, forse, quelle convinzioni che avevamo coltivato da piccoli fossero fallaci. L’astensionismo galoppante non fa altro, dunque, che devastare la già fragile tenuta istituzionale perché indebolisce il ruolo di chi ci rappresenta ma finisce per distruggere pure le sicurezze di chi, fino a questo punto, ha sempre cercato – come si dice in questi casi – di tenere la schiena dritta, cioè di mantenere attuali i valori imparati a scuola.
PROGRESSIVA DISAFFEZIONE
Quella attuale – lo capiamo al volo – è una fase molto delicata. Per questo – insieme al prof dell’Insubria Antonio Maria Orecchia – abbiamo deciso di approfondire l’argomento. Lo faremo in diverse puntate, parlando con politologi, sociologi, storici ed esperti che ci sappiano indicare una strada, ma soprattutto esaminare un quadro come quello attuale in cui è davvero difficile recuperare il bandolo della matassa. Non ci accontenteremo di sentire chi se ne intende su questo tema ma andremo a caccia di persone comuni che ci dicano come la pensano: se votano, se hanno smesso di andare alle urne e, eventualmente, da quanto tempo. Accanto a questo lavoro di indagine e di approfondimento affiancheremo la pubblicazione di alcuni articoli di storia italiana del voto: fatti curiosi, ricorrenze speciali, personaggi. Racconteremo come siamo arrivati a questo punto proprio per comprendere le ragioni di una progressiva disaffezione che si manifesta impietosa ad ogni tornata elettorale con i dati sull’affluenza in costante picchiata. Ha ancora senso chiamarla democrazia se a decidere è la maggioranza di una minoranza, quindi è essa stessa la minoranza di una popolazione di elettori che invece, mai come adesso, avrebbe bisogno di una salda e autorevole guida?
L’ESEMPIO DEL VENETO
A titolo d’esempio possiamo prendere le Regionali in Veneto – che sono anche le più recenti – in cui a votare si è presentato il 44,65% degli elettori, una percentuale in discesa di 16,51 punti nel giro di cinque anni. Alberto Stefani ha vinto con larghissima maggioranza, pari al 64,39% ma, in termini assoluti, il suo successo ha attratto 1.211.356 elettori rispetto ai 4.294.694 degli aventi diritto. Abbiamo preso ad esempio il Veneto proprio perché il successo del centrodestra, in termini percentuali, è sembrato di dimensioni notevoli, più che doppiando il più votato degli avversari (Giovanni Manildo per il centrosinistra, fermo al 28,88%). In verità il trionfatore di queste elezioni – Stefani (a forte traino di Luca Zaia) – è sostenuto da poco più di un quarto della popolazione che ha diritto di voto con un risultato che diventa ancora più risicato se lo si confronta con il numero totale degli abitanti della regione, pari a quasi cinque milioni (4.852.000). Dunque, nonostante ci abbiano raccontato che in Veneto ci sia stato quasi un plebiscito per il centrodestra, analizzando i dati ci rendiamo conto che ormai a decidere sulle sorti di chi governa è una stretta minoranza, che si assottiglia sempre più man mano che passano gli anni e ci si allontana da quelle famose lezioni di Educazione civica e, soprattutto, dalle indicazioni che i Padri fondatori della nostra Costituzione avevano dato nel 1948. Propositi del tutto disattesi.
LEGGE DEL CONTRAPPASSO
In meno di cento anni la democrazia presenta il conto ed è opportuno andare alla ricerca delle cause di questo crollo per provare a ricostruire un minimo di struttura Paese in grado di affrontare le sfide sempre più impegnative che il futuro impone. E non è nemmeno giusto buttare la croce addosso agli italiani. Il tema della disaffezione al voto è sempre più diffuso e generalizzato. Cresce soprattutto nelle democrazie occidentali, quelle più ricche e dove si sta meglio, quasi che il fenomeno sia una sorta di legge del contrappasso rispetto al benessere raggiunto. Colpisce i giovani che dovrebbero essere, invece, i difensori di un sistema di governo che ha permesso loro di crescere in pace, senza essere sottoposti a privazioni e difficoltà che in altre parti del mondo sono invece ancora all’ordine del giorno.
DIFENDERE LA PARTECIPAZIONE
I motivi, dunque, dell’astensionismo? Tanti e nessuno. Nel corso di queste nostre puntate analizzeremo da tutte le prospettive il fenomeno. Metteremo sulla bilancia i pro e i contro, cercando di capire le ragioni di chi mantiene saldi interesse, attenzione e tutela del diritto di voto e chi, invece, non ritiene più giusto andare alle urne. Un fatto è certo – e lo abbiamo dimostrato poco sopra – con l’esempio del Veneto. Se l’astensionismo dilaga non ha nemmeno più senso parlare di democrazia perché il governo del popolo (da definizione) attraverso i suoi rappresentanti sta in piedi se a sceglierli è la maggioranza ma se la schiera di quelli che decidono attraverso una crocetta diminuisce sempre più, allora bisogna escogitare uno strumento in grado o di riportare la gente alle urne o di porre più stringenti parametri e regole affinché il pilastro stesso della democrazia – che è la partecipazione – non venga meno. Non è un lavoro semplice, sia chiaro. Anzi, in questo momento, sembra essere il più difficile del mondo. Ma noi, insieme a voi, proviamo almeno a parlarne. Può essere un buon inizio per ricominciare a credere in noi stessi e in chi ci governa, perché il disfattismo, il nichilismo generalizzato e lo scetticismo non hanno mai portato a nulla.
La presentazione dell’inchiesta a puntate “Voto perduto” sulla Prealpina di sabato 10 gennaio in edicola e disponibile anche in edizione digitale
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